Noir/1 - Just the two of us

Come promesso nella piccola introduzione, ogni mese (il 15) pubblicherò un mio racconto breve di stampo noir nel quale aleggerà sempre una nota musicale. Sono opere nate durante il periodo della Scuola del Fumetto, all'interno di una esercitazione proposta dal prof. Savini. Esercitazione che ho apprezzato parecchio e ho portato avanti per un po'. Scrivere nel tentativo di sorprendere il lettore mi intriga, se alla fine di ogni storiella aggrotterete le sopracciglia con tono meravigliato mi riterrò davvero soddisfatto.
Ah! Potrete sentire la canzone che ha ispirato questo primo racconto cliccando qui


Just the two of us
by Matteo Lietti

Tutto sta per terminare. Ma non è ancora tempo per rilassarsi; sono spesso gli ultimi momenti a riservare le sorprese più sgradite, quando ci si convince di avercela fatta, di non rischiare più. La sera si sta impossessando lentamente del panorama , scivolando con calma sui profili delle case, sugli scheletri degli alberi ormai spogli delle loro acconciature. Le luci iniziano a far capolino, illuminando qua e là il paesaggio.
Il giovane sta osservando tutto questo, silente; dalle cuffie che gli otturano le orecchie si diffondono le note di Just the two of us, un discreto pezzo di Grover Washington, se non sbaglia. La melodia, in realtà, si perde nel cranio del ragazzo, i cui pensieri sono impantanati nella tensione del momento; sì, sono spesso gli ultimi istanti, quando stai per tirare un sospiro di sollievo, a regalarti le mazzate più potenti.
Manca sempre meno alla fine, eppure l'ansia continua a crescere, e ad addensarsi nelle estremità; il piede prende a battere nervosamente sul terreno, le mani si portano alla bocca, e i denti iniziano a mordicchiare le unghie. Si era ripromesso di smettere, ma in queste situazioni non riesce a trattenersi; avrebbe volentieri acceso una sigaretta, ma non può, e non avrebbe fatto altro che richiamare la sua attenzione. Già, lui.
Gran parte, se non tutta, la colpa di questo stato d'animo è di quello lì, e dei suoi obblighi, della sua missione; ci prova gusto, lo schifoso. Ogni volta che trova un poveretto che non va bene, lo torchia e lo punisce come solo chi ci gode riesce a fare. E poi, quel sorrisetto; una volta l'aveva visto in azione: il ghigno di soddisfazione che si era stampato su quelle labbra praticamente assenti era rimasto ben impresso nella memoria dell'uomo. Una smorfia che dice “Odiami, non puoi fare altro”. Che gran bastardo. Eccolo, sta arrivando. Maledizione… mancava così poco. Forse non lo considererà, forse ha già avuto la sua preda; il giovane si stringe nel giubbotto, e calca le cuffie nelle orecchie: Just the two of us continua imperterrito a inondargli i timpani… solo noi due. Perfetto, non c'è che dire. Solo loro due, in uno spazio vuoto che fino a poco tempo prima aveva ospitato tanta gente, ma che ora si riduce a due persone.
Lui e il gran bastardo. Il ragazzo sa di non andare bene, ma perché l'altro dovrebbe accorgersene? Eccolo, nel silenzio, il suo passo che si avvicina, il ticchettare regolare delle suole che calpestano il pavimento. Il giovane non lo sta osservando, lo sguardo è oltre la vetrata, verso quel paesaggio sempre più buio. L'altro è sempre più vicino, e se deciderà di attaccare, il ragazzo non potrà fare finta di nulla; ne sente quasi i passi vibrare sotto i piedi, mentre ne percepisce la presenza ormai a poca distanza. “Vai oltre, vai oltre, maledizione” pensa, stringendo i denti. E invece no, si ferma. Sospira, il giovane; sono sempre gli ultimi momenti a consegnarti le sorprese più sgradite. Sposta senza alcuna fretta gli occhi sull'altro; si prepara a rispondere, e a patire le dirette conseguenze di quello che dirà. Le labbra assenti del gran bastardo si aprono, nascondendo un ghigno, andando ad articolare quelle due maledette parole.
Nel vagone silenzioso risuonano potenti e beffarde: “Biglietto, prego”.


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